Elisa Sednaoui: ” Dove mi vedo tra dieci anni, dove mi vedo adesso”

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“Dove ti vedi fra dieci anni?” è una domanda che si fa spesso.

Una alla quale, personalmente, in passato ho fatto fatica a rispondere in maniera concreta ed eloquente. La reazione, sempre la stessa: un iniziale momento di sconforto, quel sentimento dell’essere “colti sul fatto”. Ne sono sempre uscita menzionando programmi più sentimentali, diciamo il “vivere in una hacienda in America Latina, con marito e una tribù di figli”.

Oggi invece, la sfida mi diverte. Provarci, almeno. Forse perché non temo più di sbagliare risposta. Non sento il bisogno di correre. Forse perché ho accettato che c’è sempre stato di più che solo il piano. C’è il sentimento. La mia personale difficoltà veniva anche dal fatto che avendo cominciato a lavorare giovane, e sentendo di aver un po’ assecondato esperienze che mi erano successe, come l’opportunità di lavorare nella moda e nel cinema, stavo ancora imparando a conoscermi e capire davvero che cosa mi rende felice. Il tutto poi era inacerbito da una voglia insistente di essere accettata e apprezzata, di far parte del gruppo, o di installarmi bene nello stampo che mi era stato predestinato.

La questione però non è questa. Quello sul quale vorrei riflettere oggi è la quasi meccanica mania che sembriamo avere di voler pianificare tutto. La mentalità che ci spinge a prendere decisioni irrevocabili sulle quali fondiamo tutto il nostro “essere” e “fare”. Questo è il piano che pare essere il più desiderabile per me, questi sono i passi che mi dicono che devo fare per arrivarci, e adesso ci metto dell’impegno. Mi hanno anche detto che per essere felice devo avere successo, devo essere famoso (Andy Warhol e la tua profezia…), devo possedere almeno una casa “di villeggiatura” ma possibilmente un paio, una bella macchina, un partner sexy ma che si rimbocca le maniche, devo far vedere su Instagram quanti bei regali mi fa e che bella coppia siamo.

Il piano, in sé, è una cosa ormai più che analizzata e d’altronde generosa fonte di business, dai “Self Help” books ai guru moderni. Concentratevi sulla meta, una volta che lo scopo è chiaro, arriverete dove vorrete. In particolare se fate questo numero di esercizi al giorno. Personalmente apprezzo anche e vorrei sentire di più sul “concentriamoci sull’intenzione”. “Comportiamoci con gli altri come vorremmo che si comportassero con noi”. “Il Karma è un Boomerang”.

Per evitare malintesi, voglio specificare che quando parlo di questa pianificazione esagerata, morbosa, non mi riferisco al mettere insieme una strategia precisa e pianificare i passi, quello che si vuole ottenere. Cercare di non perdere tempo e stimolare tutti a fare un buon lavoro, organizzato. Un’altra cosa da chiarire è anche questa: non stiamo parlando nemmeno di organizzazione.
Immagino che coloro di voi che come me, sono genitori, condividano l’affetto per la pianificazione delle vacanze ad esempio, per poter organizzare tutto con tempo a disposizione e non stressarsi troppo.
Innumerevoli anche le lodi di un’organizzazione efficace dello spazio. Per la concentrazione, ad esempio.

Il punto è un altro. Mi sono sempre chiesta come facciamo ad includere in questo piano decennale i cambi di percezione e di direzione propri delle nostre personalità, della crescita, dell’esperienza umana. Come ci includiamo l’evoluzione? Come ci includiamo quella mattina in cui ti svegli e dopo tempi d’incertezza finalmente accetti che questa cosa che pensavi volere cosi tanto, in realtà non è quella che ti rende felice? Un momento che mi ha fatto riflettere, e spaventato, è stato quando di recente mia sorella Emma, con la quale condivido il papà, Sednaoui, e che vive a Parigi ed ha 16 anni, mi diceva che il sistema scolastico francese già da quando ha 14 anni le richiede di decidere qual è la direzione professionale che intende prendere e che da qual momento tutte le decisioni siano prese in quell’ottica.

Quando, ascoltandola parlare, un’ansia ha iniziato a sopraffarmi le ho chiesto di non escludere in maniera veramente definitiva nessuna possibilità già da ora. Di lasciare aperta la porta, quella interiore. La vita può decidere di mostrarti anche qualcos’altro che ti può interessare. Che pressione è per un adolescente dover già a quel punto fare scelte che, come viene detto, “influenzeranno la tua vita per sempre”? Per fortuna che quando aveva 5 anni mio padre le ha detto che non importava, anche se la bocciavano a scuola. Con la madre abbiamo passato bei momenti per cercare di far capire a quella testona che era comunque importante impegnarsi e che, nel limite del possibile, era meglio cercare di non perdere troppo tempo in questi anni iniziali dell’educazione.

Quello che spero è che tutti questi piani non ci castrino. E non vorrei soprattutto che stessimo inseguendo una falsa promessa di felicità. Il detto “ottieni tutte queste cose e vedrai che sarai felice” mi fa paura. Una lettura che mi ha sempre confortato in questo senso, e sulla quale ritorno quando mi sembra in maniera più acuta che davvero ci siamo costruiti un mondo che assomiglia più a una farsa, fatta di dogmi e pregiudizi e aspettative, è L’Ecclesiaste del mitico Salomone. Me la consigliò papà.

Infatti l’uomo non conosce neppure la sua ora: simile ai pesci che sono presi dalla rete fatale e agli uccelli presi al laccio, l’uomo è sorpreso dalla sventura che improvvisa si abbatte su di lui. (Ecclesiaste 5 12)

Ecco una domanda che mi interessa particolarmente: non siete stati sorpresi anche voi dal percorso?
Non è che nel progettare tutto, nel fare costantemente questi bilanci e proiezioni, nell’immagine che cerchiamo di rappresentare, che alimentiamo tutti i giorni, attraverso anche per esempio quello che decidiamo di postare sulle reti sociali, non è che proprio nel mezzo di tutto questo perdiamo di vista il “momento presente”, perché abbiamo sempre gli occhi rivolti a quello che ancora deve arrivare? Non ci preoccupiamo troppo di come dobbiamo essere percepiti? Di quando “saremo arrivati”? Di questa maledetta “reputazione”? Non è che si diventa troppo calcolatori, troppo cinici, troppo legati al fine? Sempre troppo critici anche degli altri? Ad analizzare ogni loro mossa?

C’è qualcosa che non torna in questa teoria del sacrificio, del “lavoro tutta la vita come un dannato, per poi godermela quando prendo la pensione”. Certo ci sono stagioni nella vita che richiedono investimento di tempo ed energie, e c’è, come dice sempre Salomone, un momento per tutto nella vita, ma mi chiedo se si dovrebbe fare più attenzione adesso, nel prendere le decisioni che ci permettano di crearci una vita che ha il tempo di renderci sereni ed ispirati quotidianamente? Una vita meno sottoposta alla pressione di quello che dobbiamo dimostrare, a nostri stessi, e agli altri? Un giudizio su se stessi meno determinato dal cosa facciamo ma da chi siamo veramente?

Non sono utopista, né hippy, né veramente nostalgica.
Viviamo in un mondo nel quale è accettato come normale che il profitto economico valga di più della vita umana.
Chi non si può permettere certe cure, muore.

Un anno fa, nel Maggio 2014, ho perso un amico, Mohammad Asab, Egiziano di 58 anni che risiedeva a Luxor, che è mancato di Epatite C. L’Egitto è il paese al mondo più affetto dalla malattia. 8 su 10 casi d’infezione si verificano ancora oggi negli ospedali stessi, perché dottori ed infermiere utilizzano spesso le stesse siringhe (o altri strumenti mono-uso) per diversi pazienti. Il virus uccide 40000 persone l’anno, 1 su 10 fra i 15 anni e i 59 ne è colpito. Pare inoltre che il virus sia stia ancora diffondendo, con 165000 nuove infezioni ogni anno. Un trattamento che ha provato di poter salvare vite e di non avere troppi effetti collaterali c’è, ed è stato prodotto negli Stati Uniti. Costa 100000 Dollari. Il 15 luglio 2014 l’Egitto ha annunciato di aver raggiungo un accordo per ottenere questo trattamento, a un prezzo, dicono, “significativamente ridotto”. Reuters parla di 900$ per un trattamento di 12 settimane.

A costo di fare la sentimentale, voglio chiederlo: secondo voi i 5 figli di Mohammed e la moglie se lo immaginavano nel loro “10 years plan” che sarebbe successo questo? Che Mohammed avrebbe trascurato la malattia per anni per non farsi prescrivere medicinali che non si poteva permettere, fino a usare gli ultimi soldi messi da parte della famiglia per due notti d’ospedale al Cairo?

In un mondo come questo, non posso che voler confidare nella mia generazione, che è già stata coniata, fra l’altro, “la generazione nata negli anni ’80, quella che vuole tutto”. Mi chiedo che cosa faremo nei prossimi 10 anni per rendere questo posto un po’ più come lo vorremmo, per noi, per gli altri, per i nostri figli. Se invece di concentrare tutte le nostre energie su piani cosi sofisticati, che cosa succederebbe se ascoltassimo un pochino di più il cuore?




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